Cassin al Piz Badile

L’avventura più lunga ed intensa fatta insieme.

La Cassin al Piz Badile si presenta come un vione di una ventina di tiri per circa 800 metri, sulla sua facciata Nord-Est. Si trova al confine tra Italia e Svizzera. Una delle sei famose North Faces delle Alpi, la penultima ad essere stata scalata da Cassin e soci, nel luglio del 1937.

Nonostante la facciata nord e la forma imponente ed apparentemente liscia i gradi sembrano, almeno sulla carta, abbordabili, ed ecco che nello stesso instante in cui Marco mi parla del Piz Badile, nasce dentro di me la voglia e la curiosità di salirci.

Prenotiamo il rifugio Sasc Furà, chiedendo delle condizioni. L’alta pressione è dalla nostra parte ma l’abbassamento delle temperature non proprio, considerata l’esposizione della via. 

Partiamo gasati e convinti, ma con quella sensazione interna, quei pensieri, che di notte si fanno più pesanti, che non sarà proprio una passeggiata di salute questo Piz badile.

Nel 2017 una grossa frana dal vicino Pizzo Cengalo ha spazzato via parte del paese di Bondo e anche il sentiero d’accesso principale al Sasc Furà, dove passeremo la notte. Ora per arrivare al rifugio ci vogliono circa 5 ore di cammino, 1100 metri di dislivello che alla fine diventano 1400 contando tutti i vari saliscendi ed il giro panoramico delle vallate sottostanti che bisogna ora obbligatoriamente fare.

Arriviamo a Bondo verso mezzogiorno, il sole è alto e la temperatura perfetta. Mangiamo i nostri panini ed impacchettiamo gli zaini non portando con noi niente di superfluo. Lo spazio è poco e qualsiasi peso extra lo lasciamo piacevolmente a valle.

Dopo neanche 5 minuti di cammino sulla forestale ci supera una jeep che si ferma pochi metri davanti a noi. Bruno, che ha una baita più sopra, ed ha il permesso di andarci in macchina, ci sta offrendo un passaggio dicendoci che grazie a lui risparmieremo almeno un’ora di cammino. Praticamente non aveva ancora finito la frase che avevamo già aperto la portiera. Ed è così, che il lungo avvicinamento, diventa leggermente più piacevole. Approfittiamo del tempo rubato per scattare qualche foto in più. La cena sarà alle 18.30, ed abbiamo margine.

Al Sasc Furà si respira un’aria di casa, famigliare. Il rifugio è al sole fino all’ultimo raggio. I suoi muri di pietra sono caldi ed aleggia un’atmosfera pacata e serena. Scopriamo che il giorno successivo saremo 3 cordate, compresa la nostra, ad affrontare la Cassin e parliamo insieme agli altri quattro ragazzi tedeschi decidendo l’orario migliore per partire.

Alle 4.55 usciamo per primi dal rifugio. Il sentiero è illuminato solo dalla luce dalle nostre frontali. Quasi sotto al colletto ci imbraghiamo ed intravediamo le frontali degli altri ragazzi dietro di noi.

L’alba illumina la punta del Badile, rivelandolo in tutta la sua maestosità. Sembra una pannellata senza prese.

Ci caliamo verso la cengia di attacco, e la percorriamo velocemente fino al diedro Rebuffat, punto di attacco della via. Davanti a noi c’è una cordata da tre che ha dormito al colletto. Sulla cengia noi siamo più veloci ma loro hanno già le scarpette calzate e tutta l’attrezzatura sull’imbrago, quindi partono loro. L’orologio segna le 7.30.

Il sole nel frattempo ha illuminato tutta la parete, il cielo è sereno e ci godiamo questo leggero tepore in cui speravamo tanto.

I primi tiri sono appoggiati e tutti in traverso. La roccia è una bomba e procediamo abbastanza veloci, ma sempre attendendo in sosta la cordata precedente. I ragazzi tedeschi subito dietro alle nostre spalle. Siamo solo 4 cordate e siamo già attaccati. Non immagino nei periodi più clou dell’estate quando si possono trovare fino a 20 cordate in parete sulla stessa via.

Vedo Marco arrampicare veloce e sicuro su questo terreno e cerco di imitarlo il più possibile. Noto la sua impazienza per poter passare, ma il capo cordata davanti a noi non sembra troppo per la quale, nonostante sia più lento. Ma la via è lunga e la cima ben lontana (per non parlare del rifugio) e quindi non appena possibile marco unisce due tiri facendo un pezzo di arrampicata in conserva lunga, che ci porterà all’attacco del tiro chiave, dopo la cengia mediana. Che tanto mediana non è, in quanto si trova solo ad un terzo della via.

Marco parte deciso. Il tiro è bellissimo e decisamente più verticale dei precedenti. Alla sua uscita alle 10.30 saremo all’ombra, e da lì il sole lo rivedremo solo al mattino successivo.

I tiri sono più impegnativi ma sempre divertenti. Sono quasi le 11 ed un po’ di stanchezza mentale inizia a farsi sentire. Non c’è tempo per fermarsi per non perdere il vantaggio conquistato. Mi mangio un gel, sperando che mi ridia un po’ di energia, visto che la via è ancora bella lunga.

Alle nostre spalle il panorama è magnifico. Non c’è traccia di rumore umano se non lo sbattere di rinvii e friend attaccati all’imbrago e le parole “free” e “on belay-off belay” della cordata dopo di noi. Il paesaggio è crudo. Tutta questa roccia sotto i polpastrelli, a sinistra, a destra ed alle nostre spalle mi affascina quanto schiaccia un po’. Centinaia di metri sotto di noi vediamo ciò che rimane del ghiacciaio del Cengalo. L’assenza del sole poi rende questa parete più severa di quello che già non sia.

Qualche tiro più su intravediamo i famosi camini che ci accompagneranno quasi fino all’uscita. Vedo Marco strisciare lo zaino, incastrarvisi in mezzo, ma non mi pare patire troppo la scalata. Penso che dopo i camini della Buhl dovrei essere “abituata”. E invece no! Qualche minuto dopo mi ritrovo bella incastrata nel primo camino dalla strana forma a V. Ho le gambe bloccate nella fessura e cerco di spingere anche con i gomiti. Tra un verso, una risata, ed un grande aiuto con la corda tirata da Marco in qualche modo ne esco, rimangiandomi alla velocità della luce quanto appena pensato!

Gli altri due successivi camini paragonati a questo sono una passeggiata.

Dopo 8 ore di via usciamo sullo spigolo nord. E io che pensavo che fosse finita! Davanti a me il tratto finale di cresta si presenta facile ma intervallato da enormi massi che ci costringono ad un sali scendi rallentato dalla mia spossatezza mentale. Solo la vista della fine della cresta mi farà riattivare come si deve! 

Siamo i primi in cima al Piz Badile (lungo la via Cassin) di questo 2 di settembre. Attacchiamo un adesivo. Un selfie. Un bacio. Tanti ringraziamenti sinceri a Marco che mi ha portato fino quassù. Un signor viaggio. Che finirà solo due ore dopo al rifugio Gianetti nel versante italiano.

Vorrei apprezzare il panorama intorno a noi ma entriamo e usciamo dalle nebbie.

Un ultimo sguardo a ciò che ci circonda per prendere coscienza di dove siamo ed iniziamo la nostra discesa.

La nebbia non aiuta e decidiamo di scendere dalla via normale, che Marco aveva già percorso l’anno scorso.

Da qualche parte, ovviamente non visibili soprattutto con la nebbia, ci sono anche le così chiamate “doppie del soccorso”, che con 5 lunghe calate portano ai piedi della bastionata.

Poco male, abbiamo ancora margine con le ore di luce e troviamo più o meno rapidamente tutte le brevi doppie che ci serviranno per scendere, intervallate da tratti dove disarrampicare.

Ora subentra un altro pensiero: il rifugio Gianetti, se arriviamo verso le 8 di sera, ci darà ancora da mangiare?! Un litro d’acqua a testa e 4 barrette stanno iniziando a far sentire la loro leggerezza nel nostro stomaco. Non appena il telefono inizia a riavere connessione chiamiamo subito.

Arriviamo al rifugio e scherziamo con la proprietaria che ci prende in giro per la nostra chiamata: “Devono ancora arrivare e già mi chiedono una pasta!! Brutta eh la fame!!”

Ci sediamo nel tavolo davanti alla stufa. La pasta è la più buona di sempre e la nostra soddisfazione è enorme. Le gambe si riposano ed il genepì gli darà poi il colpo di grazia 😉

Ci chiedono a che ora vogliamo fare colazione e pensiamo che le 8 del mattino siano un orario più che onesto 😉

Ci svegliamo il giorno dopo ed a mente lucida facciamo il punto della situazione dei due giorni precedenti. La soddisfazione è tanta e forse non pensavamo che l’impegno globale fosse così tanto. La scalata non è dura ma le ore in ambiente sono molte e da non sottovalutare. 

Alla fine ieri notte tutte le altre 3 le cordate dopo di noi sono arrivate al rifugio Gianetti. Facciamo colazione e ci organizziamo per scendere tutti insieme verso la Val Masino. Condividiamo il pulmino che ci porterà fino a Bondo, dove ci salutiamo con un selfie ricordo.

Tre semplici parole per riassumere queste tre giornate: un esperienza unica.

2 comments
  1. Se non ci foste, bisognerebbe inventarvi!
    Mi commuovo ogni cima!

  2. Splendido racconto e foto stupende: quella che preferisco è la 46, dove si vede la fatica in faccia ad Alice 😁

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