Grand Capucin | Via degli Svizzeri e O Sole Mio

È agosto, abbiamo passato entrambi delle ultime settimane piuttosto intense e soddisfacenti lavorativamente parlando, ed ora il desiderio è di andare a fare qualche bel giro insieme, e di mettere le mani sulla roccia. 

Abbiamo diversi obbiettivi sulla “wish list” ma non tutti fattibili a causa delle previsioni meteo, che si rivelano piuttosto instabili. La prima destinazione che avevamo in mente era la Svizzera. La verità è che è da agosto dell’anno scorso che la puntiamo. Ma l’anno scorso un po’ sempre per il meteo, un po’ perché già appagati dalle vie fatte in val Masino, in Svizzera non ci siamo mai arrivati. E quest’anno finirà uguale, con un cambio direzione verso la Val d’Aosta. 

Inutile dire che le possibilità in Val d’Aosta siano pressoché infinite, spaziando dall’alta montagna alle vie di roccia, ma Marco ha solo un obelisco in mente, il Grand Capucin. 

Io sono gasatissima, non ho mai scalato sul granito del Monte Bianco e tra me e me penso che sia anche arrivata l’ora di farlo!

Il Grand Capucin è il più alto tra i satelliti, raggiunge i 3838m d’altitudine e la via, o meglio l’unione delle due vie che abbiamo deciso di percorrere che sono “la via degli Svizzeri” con uscita su “O sole mio”, hanno 300 metri di viaggio verticale a partire dall’attacco ufficiale alla “terrazza degli svizzeri”, più circa 150 metri di zoccolo dalla base. Ci sarebbero due possibilità per arrivare all’attacco della via, percorrere il ripido (ed ora secco e sassoso) canale alla sinistra del Grand Cap oppure iniziare a scalare dalla sua base, dove partono le vie dell’imponente parete est. Noi abbiamo optato per questa seconda opzione, onde evitare di trovarci in un potenziale colatoio di pietre.

Sappiamo di aver scelto una gran classica e, in quanto tale, il rischio è di trovare parecchia gente in parete. Decidiamo così di dormire al Rifugio Torino, e di partire alle 4.30. Al Torino troviamo amici e colleghi di Marco, conosciamo qualche ragazzo e coppia di alpinisti. Il mood e bello ed è piacevole vedere l’entusiasmo nei volti delle persone, felici di essere lì e di piazzare una sveglia notturna per inseguire i propri progetti.

È buio pesto, si vedono le frontali degli alpinisti che ci hanno anticipato, alcuni diretti verso le Jorasses o la cresta di Rochefort, altri stanno camminano nel Cirque Maudit, forse verso l’Arete du Diable? Verso il Grand Capucin siamo la prima cordata. Arrivati all’attacco il cielo alle nostre spalle inizia timidamente a schiarirsi. La temperatura è perfetta ma la roccia è ancora fredda. 

Seguiamo una linea evidente di fessure che in due/tre tiri ci porta a girare l’angolo, verso la parete sud. Da qui Marco mi urla “quando finisce la corda parti” e in neanche un’ora siamo alla terrazza degli Svizzeri. Il sole sta per illuminare il primo tiro. Tempismo perfetto, ed io non vedo l’ora di togliermi il guscio e sentire un po’ di calore sulle mani. Dietro di noi c’è una cordata di ragazzi spagnoli, Gaiska e Sergie. Sono amici di Philipp Klein, un fotografo spagnolo che finalmente abbiamo avuto la fortuna di incontrare e conoscere di persona con un piacevole incontro casuale al Torino. Condivideremo con loro tutta la via di salita, nonché tutta l’elettrizzante discesa!

I primi tiri sono a dir poco magnifici. Roccia incredibile, ambiente spettacolare. Grado divertente e plaisir. Il sole del mattino con la sua luce calda rende ancora più rossi i cristalli che compongono questo granito. Io perdo subito il conto dei tiri. Quando ti stai divertendo pensi solo a scalare, il tempo vola e anzi, forse è un peccato rendersi conto che siamo “già” a metà via. Nonostante ce la fossimo presa con calma, sia per goderci la salita, sia per filmare, siamo già all’incrocio tra la via degli Svizzeri e O sole mio. Purtroppo i tiri sopra sono ancora all’ombra, e così rimarranno. D’altronde non si può avere tutto: via libera e tiri al sole. È sempre un gioco di compromessi 😉

Io mi preparo mentalmente a perdere la sensibilità delle mani. La via diventa più verticale, gli appigli più piccoli e ancora umidi al tatto. Marco prosegue sicuro ma prendendosi tutto il tempo necessario per proteggersi come si deve. Sarà certamente più abituato a patire freddo alle mani rispetto a me, ma nemmeno lui ne è immune. Parlo con Gaiska e Sergie quando arrivano in sosta, anche loro con piumino e guscio indossato, e patendo un “puto frio”!

Temperatura a parte, i tre tiri di 6a/6a+ sono stupendi, placche intervallate da qualche fessura, un po’ d’aria sotto ai piedi che inizia a farsi sentire ed un panorama alle nostre spalle che aspetta solo di essere guardato. Mi chiedo come mai abbiamo aspettato fino ad oggi per venire qui. L’ambiente però si fa sentire anche quando non è osservato. Dalla Tour Ronde cadono pietre che vanno dalla dimensione di un microonde fino ad una lavatrice. Fa paura come la montagna stia piangendo e si stia autodistruggendo. Il fragore di un crollo ci obbliga a fermarci da tanto è forte, sembra attaccato a noi.

Uscendo dai tre tiri di placca ci mancano solo due tiri facili di quarto grado e siamo in cima. Torniamo nel versante al sole e Marco mi offre la possibilità e la soddisfazione di “portarlo in coppa”, facendo l’ultimo tiro.

Mentre recupero la corda mi guardo in giro. Dente del Gigante, Monte Bianco, le punte della Diable, Kufner e tante altre salite e guglie a perdita d’occhio. Emozionante essere quassù, in punta al Grand Capucin. La salita è stata talmente bella che il tempo mi è volato.

Ringrazio Marco, perché senza di lui probabilmente non sarei qui. Non smetto mai di ricordare a me stessa di quanta sia la gioia del poter condividere queste esperienze. 

Marco prepara le corde per le calate. Non sappiamo bene quante ce ne aspetteranno ma più o meno tante quante i tiri fatti! 

Ci caliamo sulla via “Echo des Alpages”. Fa un po’ impressione perché dopo la prima calata, le altre sono verticali e parzialmente nel vuoto. Inoltre essendo saliti da un’altra via le soste sono un po’ da cercare. In realtà a me sembra fighissimo, e ringrazio non ci siano discese giù per gli sgrebeni. In gioco c’è però il fattore ansia da incastro corde. Come ha detto Marco, è un po’ come quando passi il casello con il Telepass, ci sono quei 2/3 secondi dove speri che la stanga si apra. Ecco, recuperare le corde qui è stato così, per 12 calate!

Rimettiamo i piedi sulla cengia di partenza sopra la terminale, dove abbiamo lasciato gli zaini 7 ore prima. Dal freddo dalla parete sud/ovest siamo passati al forno della est. Maniche corte, crema solare e via verso il Torino in direzione delle birre conquistate. 

Il ghiacciaio ora pullula di alpinisti che rientrano dalle loro avventure. Mi guardo attorno pensando a quando sarà la prossima volta che torneremo qui. So che dobbiamo ancora tornare alla macchina, che la giornata non è ancora finita e che ancora devo processare e apprezzare mentalmente quanto appena vissuto. Di solito la vera soddisfazione mi arriva la sera, o il giorno successivo, quando le immagini già si trasformano in ricordi. Ma sono proprio questi ricordi, queste emozioni, che creano una sorta di dipendenza, una droga di cui è difficile farne a meno.

Gran Capucin | Via degli svizzeri + “O sole mio”

Materiale: due corde da 60 metri.

Friend dallo 0,2 al 3. Utile raddoppiare 0,5 0,75 e 1

8 rinvii e 2 allungabili

Ghiere + Cordini 

Descrizione via.

Ad inizio estate è possibile risalire il canale nevoso. Cosi facendo si evitano i primi 4/5 tiri dello zoccolo. Quando l’abbiamo fatta noi era sia pericoloso che difficile risalire il conoide.

Qui di seguito la descrizione è esattamente come l’abbiamo fatta noi.

Partenza: in centro alla parete nella parte più bassa del grand Capucin.

Arrivati alla base si trovano diversi spit dove poter attaccare il materiale. 

Spostarsi  2/3  metri verso sinistra su comoda cengetta e risalire una fessura che taglia la parete verso sinistra. La fessura parte larga e poi man mano va stringendosi. Non è banale la partenza! Alla fine della fessura risalire tramite un diedrino appoggiato fino ad una sosta. 

Secondo tiro. Risalire per circa 3/4 metri e poi traversare in piano verso sinistra. Sosta intermedia prima del traverso. Traverso protetto da spit. Sostare alla fine del traverso.

Da qui noi abbiamo proseguito in conserva ma c’è la possibilità di fare tiri. Soste su spit circa ogni 30/40 metri . Percorso non obbligato. Preferibile stare leggermente sulla destra e non troppo vicino al canale. Ho sostato 1 tiro prima della cengia degli svizzeri. 

1 tiro: Dalla terrazza degli svizzeri bellissimo tiro che parte in una fessura che taglia leggermente verso sinistra per poi tornare qualche metro verso destra e poi di nuovo leggermente verso sinistra fino in sosta. Fino alla partenza di “o sole mio” le soste sono full inox.

2 tiro: Spostarsi  5/6 metri a sinistra in piano  e risalire la fessura. In cima alla fessura attraversare 2 metri sotto un piccolo tettino verso destra e sosta subito dopo.

3 Tiro: Partenza verticale 3 chiodi  (circa 7/8 metri) poi diventa più facile per altri 25 . Sostare su una cengetta sulla sinistra. Sosta un pò nascosta. 

4 tiro: Evidente. Sosta evidente.

5 tiro: Seguire l’evidente linea di salita traversando a sinistra e rimontare ad una cengia sulla destra dove si trova la sosta. Questa è la linea che abbiamo seguito noi. In realtà a circa metà tiro la linea originale invece che andare a sinistra dove siamo andati noi prosegue dritto per delle fessurine. 

6 tiro: Sulla verticale della sosta si vede un tiro protetto da spit con un tettino in cima. Da evitare (6b+). Dalla sosta spostarsi 4 metri più a destra e dietro lo spigoletto risalire la fessura protetta da qualche chiodo. Seguire le fessure per circa 25 metri. La sosta si trova qualche metro a sinistra dalla linea appena salita. Da qui partono i tiri di “o sole mio”.

7 tiro: Il primo 6a proseguire dritto sopra la sosta. 2 spit poi fessura dove ci stanno bene dei 0,4 e 0,5 e 0,75. 

8 tiro: Il secondo tiro di 6a spostarsi a sinistra. 2 spit e friend incastrato. Continuare seguendo la fessura un pò a sinistra e poi tornare a destra per sostare. 

9 tiro . Dritti sopra la sosta per facili fessure appoggiate fino in sosta. 

10 tiro: dritti sopra la sosta e poi proseguire traversando in piano rimanendo a sinistra lato “Aiguille du Midi” ben appigliato per poi sostare qualche metro più in la dove si trova una sosta full inox dove iniziano le calate.

Calate su Echo des Alpage. 

1 calata. circa 20/25 metri dritta sotto di noi. Sosta full inox su placca

2 calata. Dritta sotto di noi la sosta si trova immediatamente sotto un tetto. Circa 45 metri

3 calata. 50 metri. Dritta sotto di noi fino alla base di un diedrino. Non fermarsi alla sosta intermedia.

4 calata. 30 metri. Dritti sotto di noi. Si sosta in cima ad un grosso diedro. Sosta un po nascosta da delle lame. La sosta si trova sulla nostra sinistra faccia a monte. 

5 calata. 40 metri. calata dritti sotto di noi. Fino ad una cengia comoda 

6 calata. 50 metri circa. calata dritti sotto di noi. Nel vuoto  e poi dopo che si rimettono i piedi per terra la sosta rimane circa 10 metri sotto di noi.

7 calata. dritti sotto di noi fino a dei terrazzini (sosta non è nuova come quelle precedenti) 

8 calata. Spostarsi decisamente a destra faccia a monte per circa 25/30 metri. 

9 calata. continuare a scendere leggermente verso destra (faccia a monte) per circa altri 25/30 metri

10 calata. sempre leggermente verso destra (circa 25/30 metri 

Queste ultime tre calate le ho fatte corte per evitare di incastrare le corde.

11 calata. circa 50 metri su placca dritti sotto di noi

12 calata. 15 metri e siamo agli zaini

One comment
  1. Salita bellissima, ambiente bellissimo, ricordi bellissimi

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