Due giorni nel magico mondo degli Ecrins

Tornando a casa in macchina Marco mi dice “Capisci perché qui per me è casa? L’altro giorno da in cima al Pic de Chamoissiere vedevi il Seguret. Siamo a circa 30km in linea d’aria. Eppure è tutto così diverso, e così magnificamente selvaggio. Ci siamo accampati in una piazzola dove finisce la strada e non abbiamo visto nessuno per due giorni. Ho fatto il bagno nudo nel fiume e non ho avuto neanche il minimo dubbio che qualcuno potesse passare in quel momento. Mi sento libero qui.”

Il tempo sembra un po’ essersi fermato nella valle di Saint Cristophe en Oisans, nonostante le sue scialpinistiche siano degne di nota, sia per le vette che si raggiungono sia per la lunghezza delle gite, non proprio accessibili a tutti, quanto meno in giornata.

Marta e Diuz ci chiedono se siamo motivati ad andare via due giorni. Noi siamo gasati, unico problema capire come avremmo potuto dormire più o meno comodamente in macchina per due notti (tutta la camperizzazione del Caddy si trova a Trento, e non a Oulx). Raccattiamo dunque qualche cuscino delle sedie della cucina, un crash pad, qualche coperta e due copri panca di Marta. Alla fine così dormiremo come dei re.

Arriviamo all’ultimo tornante della strada che all’alba del giorno dopo ci avrebbe portato all’imbocco del sentiero che porta verso il rifugio de la Selle. Ci godiamo gli ultimi raggi del tramonto mentre ci beviamo le nostre birrette e prepariamo la cena. Aria di libertà e soprattutto di avventura. Tra qualche ora ci raggiungerà anche Ricu, con la sua chitarra, un sacchetto di Agnolotti ed una saponetta di burro di malga, il tutto condito con il suo sano buonumore.

La meta per il giorno successivo è il canale Col de Burlan, uno stretto couloir lungo 1100m gradato 5.2, che sfocia poi in cima al vallone dove si trova la famosa Aiguille Dibona. 

Marco scatta qualche foto mentre Ricu suona la chitarra. La serata è bellissima, l’umore è alto e l’entusiasmo pure.

Alle 6 (con ritardo) ci carichiamo gli sci sullo zaino e ci prepariamo mentalmente ad un po’ di portage. Partiamo al buio con le nostre frontali. I fianchi delle montagne sia a destra che a sinistra si intravedono spogli. Il sole di queste settimane si è impegnato a sciogliere la neve. Pelliamo per 5 km. Vediamo sorgere il sole in lontananza e le nostre silhouette in controluce sono bellissime. All’attacco del Burlan notiamo come non sia così carico di neve, la sua esposizione nord ed il fatto di essere bello incassato non l’ha salvato dall’arrivo della primavera e da un inverno non troppo generoso. Io sono consapevole che un 5.2, con neve dura, sia decisamente fuori dalla mia portata quindi decido di fermami e di non risalire il canale. 

Salutiamo la Russolo e proseguiamo sci nello zaino e ramponi ai piedi. Il conoide è duro, ma non duro impestato, e questo ci da un po’ di speranza di trovare neve bella più in alto. Io, Diuz e Ricu ci alterniamo a battere traccia. Marta segue, rimproverandoci ogni tanto perché dice che facciamo i passi troppo lunghi. Si intravedono le peste di chi ci ha preceduto i giorni prima, ma comunque ad essere davanti si fatica e quando ci si da il cambio, si tira il fiato e le gambe un poco si riposano. Il canale è ripido, decisamente più ripido di come lo si vedeva in foto. D’altronde non ci si poteva aspettare diversamente da un 5.2 negli Ecrins. La neve a metà canale diventa più bella, non è polvere ma capiamo che un paio di curve ben fatte sono alla nostra portata. Negli ultimi metri il canale si stringe e la neve lascia spazio a roccette. Inizialmente decidiamo di fermarci, ma poi la curiosità di vedere cosa c’è in cima prende il sopravvento così proseguiamo senza sci, armati di due picche, fino in cima al Burlan. Veniamo baciati dal sole per la prima volta oggi. Si vede la Barre des Ecrins, l’Aiguille Dibona e l’Ailefroide. Dietro di noi si intravede il ghiacciaio di Les Deux Alpes, dove d’estate mi sono allenato per anni. Bellissimo pensare che per tanto tempo ho guardato le montagne che avevo di fronte, e ora mi ci ritrovo in mezzo. Anzi, in cima. Ci prendiamo il tempo di fare due foto, un selfie di vetta e mangiare e bere qualcosa, prima di pensare alla discesa. I primi metri non sono bellissimi da sciare. Chi ci ha preceduti ha scalettato e questo rende più difficile le prime curve saltate. Sarò sincero. Era un pò che non facevo del ripido e le prime curve mi sono sentito a disagio. Ma poi prendi il ritmo, fino ad entrare in completa sintonia con mente e corpo. Andiamo giù uno alla volta cosi da non tirarci neve uno sull’altro. Scattiamo qualche foto e facciamo qualche video. Ricu e Diuz sono due giovani sciatori che arrivano dalle gare. Hanno quasi dieci anni in meno di me e hanno uno stile decisamente più newschool. È bello vedere come loro interpretino queste pendenze. Sono d’ispirazione e cerco di imitarli. Marta ci segue con tranquillità e leggerezza. Lei è ancora più d’ispirazione. Ci avviciniamo alla fine del canale dove ritroviamo il sole. La neve è sempre dura ma la luce rende questo canale più friendly e meno intimidatorio. Per la prima volta quest’inverno arrivo in fondo con le gambe di ghisa. Ultime curve sulla conoide prima di ritrovare Alice che pazientemente ci ha aspettato. Ci abbracciamo. Un abbraccio, un semplice gesto, che talvolta diamo per scontato, che in montagna prende un altro valore. Siamo piccoli e impotenti al cospetto delle montagne che ci circondano. E a fianco a questa sensazione di vulnerabilità coesiste, allo stesso tempo, un forte senso di libertà e gratitudine per la vita che ho la fortuna di vivere. 

Ritorniamo al nostro “campo base”, mangiamo e festeggiamo con delle meritate birre. A poche decine di metri passa il “Torrent du Diable”, che del diavolo non ha proprio nulla perché si rivelerà un piccolo angolo bucolico dove rigenerare piedi e gambe stanche.

Ci sdraiamo al sole, noncuranti dell’orologio. Ci sembra di essere fuori dal mondo, e forse un po’ lo siamo. Solo le nostri voci ed il soffiare del vento.

Abbiamo con noi tre libri sugli Ecrins ed insieme cerchiamo di capire dove andare il giorno dopo. Gli avvicinamenti qui sono sempre impegnativi ed i fondo valle piuttosto lunghi. È quasi ora di cena quando prendiamo una decisione, sulla base anche delle potenziali condizioni della neve che potremmo trovare. Decidiamo di andare verso versanti più aperti e più dolci, 2000m di dislivello fino alla Tete de Lauranoure, che si staglia proprio davanti a noi. Nessuna discesa di sci ripido (io ringrazio in silenzio) e ben 1500m tutti da sciare.

La sveglia suona sempre prima dell’alba, cerchiamo di avvicinarci il più possibile all’attacco dei 500m di dislivello di sentiero che ci separano da dove metteremo gli sci. Una menzione speciale a Diuz, che oltre agli scarponi da sci, ha portato solo i Birkestock, sfoggiando con naturalezza tutta la loro aderenza, sia in salita che in discesa 😉

L’alba non tarda ad arrivare alle nostre spalle. La luce è magica, le rocce si tingono di arancione ed il pendio si rivela in tutta la sua lunghezza. 

La neve è ancora dura ma contiamo di scendere nel momento giusto per trovare del bel firn, e di sfruttare il lato esposto a nord che sarà ancora in ombra, dove con piacere notiamo ancora la presenza di una bella polverella.

Marco e Diuz ci anticipano in cima, 1950 metri dopo esserci caricati lo zaino in spalle.

Quella che abbiamo percorso oggi è una grande classica, ma non per questo meno affascinante, compreso un piccolo tratto da fare con picca e ramponi. Dalla cima vediamo montagne a 360°, c’è spazio per sognare, e ci serve tempo per pianificare le prossime avventure.

La discesa è divertente e la polvere rimasta ce la prendiamo tutta. Marco è sempre leggero, Diuz potente e Marta sicura ed elegante. Ammiro le loro tracce e cerco di fotografarli quanto meglio per rendere giustizia a stile e ambiente.

Poco dopo l’una siamo di ritorno alla macchina. Andiamo nell’unico baretto aperto in paese. La signora ci fa sedere in due tavolini di metallo nel giardinetto sul retro, che si rivela un’ottima terrazza con vista sulla Lauranoure. Le gambe sono un po’ affaticate ma gli occhi brillano e le labbra sono tese per i sorrisi e per l’imminente bruciatura da sole. 

Due omelette, un po’ di insalata di fiori di tarassaco e ci sentiamo subito fortunati e grati per questi due giorni spensierati. Forse i più belli da tempo.

“Ecco, sarò ripetitivo, ma alla fine questa è casa”.

2 comments
  1. Splendide e sintetiche
    descrizioni di due intense giornate. Quanta sana invidia!

  2. Vi amooooooo! Ciao ragazzi, bel giro e foto come al solito fantastiche. Sono bloccato al mare e la montagna mi manca tanto, meno male che ci siete voi … Sapete che non ho mai letto così tanti libri sulla montagna come negli ultimi 2 mesi? ah ah! Siete dei grandi, lassù si impara a soffrire, a esaltarsi per una conquista, a contemplare la bellezza! La montagna mantiene giovani e accende la fantasia e io sono pieno di fantasia, adesso ho bisogno di realtà, ah ah ah, sono un po’ fuori di testa, scusatemi, ciao ragazzi, siete sempre dei grandi! toooop

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