alpinismo

  • un Caré Alto quasi invernale – Cresta Cerana

    Ultimamente abbiamo avuto tante idee di avventure, tanta voglia di fare lo zaino e partire ma poi per un motivo o per l’altro (lavoro, ed una infiammazione ai gomiti di Marco che ci ha portato ad uno stop forzato), siamo stati costretti a cambiare i nostri piani.

    Siamo in Trentino. Quest’autunno ci sta regalando delle giornate pazzesche esaltate dai colori caldi che ti fanno per un po’ dimenticare come le ore di sole giornaliere ormai siano poche.

    Marco ha adocchiato già da tempo la cresta est del Caré Alto, dove né io, né lui, siamo mai stati. Probabilmente per affrontare la cresta, ormai già innevata da settimane, siamo “leggermente” in ritardo, ma la cosa ha anche molti pro: saremo sicuramente i soli, e fotografare la cresta innevata con sotto i colori autunnali mi gasa tantissimo. 

    Controlliamo il meteo e, ahimè, visto il periodo, incrociamo le dita per riuscire ad andare e che nulla di esterno alla nostra volontà ci blocchi.

    Sarà un gitone di due giorni con una cresta da scalare in modalità alpinistica, la Via Cerana.

    Il programma è di fare i 1200m di dislivello per l’avvicinamento al rifugio il primo giorno, dormire nel bivacco invernale, e fare poi gli altri 1000m di dislivello e la cresta il giorno successivo, per poi riscendere fino nella val di Borzago, dove abbiamo lasciato la nostra macchina.

    La cresta, dalle foto delle relazioni, sembra piccola. Ovviamente sembra. Una volta vicini la cresta diventa una “signora cresta” e con un manto ben innevato a renderla più affascinante ed anche meno accessibile.

    I nostri zaini sono piuttosto pesanti, abbiamo con noi tutto il materiale, io vari strati di vestiti, ed in più rispetto al solito, anche sacchi a pelo e cibo. Non abbiamo portato con noi troppa acqua, forti del fatto che scioglieremo la neve con il nostro fornelletto. Ed ecco la cazzata! Per risparmiare spazio e peso abbiamo con noi il mini jetboil, sicuramente leggero e poco ingombrante ma anche non molto potente per fare l’acqua. Pensavamo di non sapere come occupare il tempo dall’imbrunire fino al giorno successivo ed invece per fare meno di tre litri d’acqua, che avrebbero dovuto bastarci per la cena, la colazione, e in più qualcosa da bere per il giorno successivo, ci abbiamo messo un bel paio d’ore, con l’ansia di finire l’unica mini bombola di gas a nostra disposizione.

    Ci infiliamo belli vestiti nei nostri sacchi a pelo. Punta del naso ghiacciata ma mente calda per l’avventura. 

    L’alba è magnifica. Una tra le più belle viste quest’anno. Uscire dal tepore del sacco a pelo è stata dura ma momenti così ripagano ogni sforzo.

    Ci siamo solo noi, e due camosci che si rincorrono.

    L’ambiente è magico.

    In due ore siamo all’attacco della famosa paretina di terzo grado che ci porterà sul filo di cresta. L’arrampicata è divertente e scalare con i ramponi ai piedi aggiunge un po’ di pepe alla cosa facendomi tribolare il giusto! 

    La cresta è affilata. Procediamo nel versante nord tra massi di granito più o meno affioranti. La presenza di tanta neve rallenta il nostro passo. In realtà solo il mio, perché Marco si sente molto a suo agio su questi terreni e procede veloce e leggero come se niente fosse. Cerco visivamente di capire dove sarà il passaggio chiamato “gobba d’asino” ma lo capiremo solo alla fine ripercorrendo con la mente i passi fatti, essendo anche quel tratto ben imbiancato. In poco più di quattro ore siamo in cima, l’ultimo tratto fatto in conserva corta sulla cresta innevata è tanto emozionante quanto delicato ed aereo. Marco arriva in vetta. Osservo e scatto la sua silhouette in controluce. Alle sue spalle si apre la val di Fumo e davanti a noi le Dolomiti di Brenta. 

    Il paesaggio è da togliere il fiato e noi ci godiamo ogni istante di questa avventura, per me una bellissima conquista. 

    Scendiamo l’ultimo tratto di cresta fino a ricongiungerci con la via normale. Da qui con una calata e disarrampicando un po’ siamo sul ghiacciaio di Lares. Ad ogni passo affondiamo nella neve fresca ma ormai i piedi bagnati non contano più. Siamo arrivati in cima al Caré Alto e due ore e mezza dopo terminerà il nostro giro ad anello, nuovamente al rifugio. 

    Ogni volta tornando a casa da un giro per me impegnativo ho sempre la sensazione di aver fatto poche foto, ho la sensazione che avrei potuto immortalare più scorci e più emozioni. Ma quando si è fuori dalla propria comfort zone, scomodi e con le mani ghiacciate, è difficile mettere da parte le proprie “paure” e sopportare mentalmente anche solo pochi minuti in più in quella situazione. Nel video dico che è stata una “ravanata pazzesca”. La verità è che la ravanata è stata più mentale che fisica. Questa sensazione delicata di pressione mentale e allo stesso tempo di “delusione” quando, a mente fresca, sei consapevole che avresti potuto reagire diversamente lì, in quel momento, e che avresti potuto fare di meglio, è uno dei motivi che mi spinge e mi motiva ogni volta di più ad avventurarmi, a migliorarmi, e ad assaporare con occhi, mente e cuore ciò che ci circonda e ad essere grata di poter vivere queste esperienze insieme. 

  • Una settimana ad Alagna

    A metà luglio saremmo dovuti andare ad Alagna per fare il giro delle tre cime con Marta e Saulo. Una data programmata da mesi, pianificata accuratamente affinché tutti e quattro fossimo disponibili. Rifugio prenotato, e loro gasati per la prima esperienza su un 4000.

    Ahimè però il meteo non abbiamo potuto prenotarlo e non è stato dalla nostra parte. Morale, uscita rimandata, con il rischio di trovare il ghiacciaio in condizioni meno buone ad agosto, e che, ovviamente, il meteo ci freghi di nuovo.



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